Sono le 11:10 e io sono a lezione di Inutilità applicata a procrastinare.
Giulia è seduta affianco a me, per terra, la testa appoggiata alla mia spalla sinistra. Porta una giacchetta grigia di velluto e una camicetta bianca che lascia intravedere le coppe del reggiseno scuro.
-Allora dolcino, ci andiamo al cinema venerdì?- mi chiede
-Forse.-
Sotto gli occhiali da sole scuri fisso il taccuino su cui sto disegnando Alakazam.
La china ripassa marcatamente i segni a matita che ho tracciato. Traccio segni.
Chissà se anche Giulia pensa di tracciare segni su di me.
-Su, non fare lo stronzo!- dice sorridendo, come se non conoscessi quel genere di sorrisi.
-Vediamo se Ludo mi paga in tempo le ripetizioni- rispondo, senza neppure alzare lo sguardo. Mordo il tappo della china e mi domando se fare i chiaroscuri a matita o a penna.
Lucia mi scrive su whatsapp, chiede di andare da lei a pranzo, a casa sua. A quanto pare i suoi non ci sono e in fondo non ho di meglio da fare.
Saluto Giulia con un bacio e mollo quel coglione del professore nel pieno di una spiegazione su Hegel, che in fondo non sa neppure di cosa sta parlando, neppure Hegel lo sapeva.
Lucia mi ha preparato un piatto di tortellini e continua a blaterare della sua amica lesbica, toccandosi insistentemente i capelli rosa fluo.
Indossa un pigiama carinissimo che le strapperei a morsi. La ignoro, fingo di ascoltare con interesse, mentre mi immagino di scoparla a pecora, e mi viene un'erezione pazzesca.
Finito di mangiare mi fumo una sigaretta in balcone mentre Lucia ascolta la musica nella sua cameretta rosa. La raggiungo sul letto, è intenta a guardare il cellulare, dal quale esce "Alejandro" di Lady Gaga.
Sto sguazzando nella merda, sono una merda, questa è pura merda.
Tutta la sua camera è tappezzata di poster di Lady Gaga e la cosa mi nausea un pochino, come se mi osservasse da ogni angolo.
-Fammi vedere quanto sai sguazzare nella merda, Alejandro-.
Lucia canticchia e io mi guardo allo specchio, in silenzio. Mi sbottono la camicia e la getto sulla sedia. Mi compiaccio dei risultati dei miei esercizi, il petto è sodo e definito, gli addominali risaltano e mi appare un ghigno sinistro in volto vedendo lo sguardo imbarazzato ed eccitato di Lucia dietro di me, riflesso nello specchio.
-Ti dispiace? Ho caldo e in fondo sei lesbica, no?-
Voglio ancora provare quanto possa fare schifo.
-No no, tranquillo, fai come a casa tua.-
Lucia si morde le labbra e abbassa lo sguardo sul telefono, sgambetta lentamente sdraiata a pancia in giù ed io torno a guardarmi negli occhi allo specchio.
Questo è il demonio, quello che posso essere, che tutti hanno sempre voluto essere.
Guarda bene Lady Gaga, guarda quanto so sguazzare nella merda.
Lucia mi trucca come il Corvo, si avvicina Halloween e dice di voler provare a fare il makeup.
-Uguale! Brandon Lee!-esclama entusiasta.
-"Non può piovere per sempre"-dico serioso, e scoppiamo a ridere.
Lucia tira fuori un gran numero di completini intimi, travestimenti, lingerie. Rimango sul letto, a petto nudo, a fumare. Ogni tanto mi guardo nel riflesso del telefono, il cerone, gli occhi cerchiati, le labbra nere. Questo non sono io, ed è meraviglioso. Tutto è più facile. Tutto è una comica.
Lucia si spoglia davanti allo specchio, rimane in perizioma, poi si veste da marinaretta giapponese. Ocheggia, aspetta una reazione da parte mia, sa che mi piace.
Aspiro sbuffando, accennando un sorriso, e lascio il mio segno.
Voglio solo lasciare un mio segno, come con la china.
Ho la mia maschera, ho le mie matite, e non ho più nulla da perdere. Quello che ero è polvere nel vento, mi manca ma non tornerà.
Giulia, Lucia, Marta, Erika, nessuna ha lasciato un segno su di me.
Gaia, Elena, Ludovica, Alessia, neppure loro.
Rimango un disegnatore solo, ripasso a china i contorni di una sagoma vuota.
Neve è La Mia Anima
Solo buffonate, dal 1993.
martedì 24 novembre 2015
venerdì 3 aprile 2015
Non ci rincontreremo più.
Ancora una volta, ancora sul terrazzo, ancora stasera.
Bruciamola ancora, piccola.
Sono solo col mio io, e che vogliamo farne, piccola?
Come le stagione succedersi, così non posso fare a meno di andarmene dagli alberi,
come le foglie, poi tornare col sole,
rispondere al vento e poi limitarsi a cantare.
Schizofrenia, quella che mi porta a riprenderti in mano e poi gettarti come nuvole nel caffè,
Vorrei solo poterti guardare un'altra volta ridere di banalità,
Vorrei solo.
Sono solo.
E chissene importa poi di lei, e di lei, e di chissà chi,
rispondere al vuoto e poi cantare,
cos'è questa voglia, la senti anche tu,
di vivere senza rimpianti?
Io non scrivo, io penso, e ciò che penso cade interminabile sul foglio,
ti avevo promesso il meglio,
so solo dare me stesso e un doppio blister di menzogne.
Assumere solo dopo pranzo, non mischiare con altre sostanze, in particolar modo alcool e verità.
Che pagliacciata, piccola,
ti sei portata via anche Jack, ed ora che farò, se non ridere allo specchio di questo pagliaccio.
Che di pagliaccio si tratta.
Non ci incontreremo più, non così, piccola.
Bruciamola ancora, piccola.
Sono solo col mio io, e che vogliamo farne, piccola?
Come le stagione succedersi, così non posso fare a meno di andarmene dagli alberi,
come le foglie, poi tornare col sole,
rispondere al vento e poi limitarsi a cantare.
Schizofrenia, quella che mi porta a riprenderti in mano e poi gettarti come nuvole nel caffè,
Vorrei solo poterti guardare un'altra volta ridere di banalità,
Vorrei solo.
Sono solo.
E chissene importa poi di lei, e di lei, e di chissà chi,
rispondere al vuoto e poi cantare,
cos'è questa voglia, la senti anche tu,
di vivere senza rimpianti?
Io non scrivo, io penso, e ciò che penso cade interminabile sul foglio,
ti avevo promesso il meglio,
so solo dare me stesso e un doppio blister di menzogne.
Assumere solo dopo pranzo, non mischiare con altre sostanze, in particolar modo alcool e verità.
Che pagliacciata, piccola,
ti sei portata via anche Jack, ed ora che farò, se non ridere allo specchio di questo pagliaccio.
Che di pagliaccio si tratta.
Non ci incontreremo più, non così, piccola.
lunedì 27 ottobre 2014
Un lunedì notte.
E stringi la mia mano
qui sul pugnale
e stringiamole ancora una volta
perchè non le sentirò mai più tra le mie
Perchè null'altro merito che la fame
e il freddo
e i tuoi occhi lontani dai miei
e mai potrò più rivederli
ed invocare il tuo nome
e pensare alle giornate sulle panchine
ed alle tue gonne sempre calde
sono perso
ma in fondo nulla ho tra le mani
alle 2 del mattino
se non lacrime amare e un vuoto nell'io
e mi manca il nostro noi.
Ti amo.
qui sul pugnale
e stringiamole ancora una volta
perchè non le sentirò mai più tra le mie
Perchè null'altro merito che la fame
e il freddo
e i tuoi occhi lontani dai miei
e mai potrò più rivederli
ed invocare il tuo nome
e pensare alle giornate sulle panchine
ed alle tue gonne sempre calde
sono perso
ma in fondo nulla ho tra le mani
alle 2 del mattino
se non lacrime amare e un vuoto nell'io
e mi manca il nostro noi.
Ti amo.
La mia settimana di merda.
Perchè vedete, in fondo, viviamo per essere presi a pedate nel culo.
Che qualsiasi cosa tu ti sforza di fare, otterrai una pedata nel culo. Un bel calcio caricato, di quelli con gli anfibi rinforzati al titanio, mirati, decisi, violenti.
Anni fa bazzicavo le Colonne di San Lorenzo, credevo di essere stronzo e maledetto in mezzo a tutti gli altri trasgressivi stronzi e maledetti. Insomma, vidi una ragazza, attorno ai due metri (ma ho come l'impressione che le zeppe alterassero e non di poco la sua altezza), cresta verde, guardare in faccia un suo amico trasgressivo stronzo e maledetto, sbronzo, gettato per terra con una schifosa brutta bottiglia di vino della Standa in mano, guardarlo bene, dritto negli occhi, e poi tirargli un calcio nelle palle.
Coreografico, esplosivo, meravigliosamente violento, dannatamente d'impatto.
Roba da pubblicità, tipo che gli uscivano i bulbi oculari e che potevi sentire il dolore fino a Corso Buenos Aires.
Ecco, in quell'istante ebbi lo straordinario privilegio di poter assistere ad una sorta di meravigliosa manifestazione della vita.
Immagina, tu sei lì, sbracato, asfaltato, ubriaco alle 4 del pomeriggio, e insomma pensi di essere davvero trasgressivo, stronzo e maledetto, e credi che niente possa più toccarti, che quello sputo di comunità alla quale fai da "capo" ti sopporti e ti serva e riverisca, e quindi te lo puoi permettere, no?
Col cazzo che te lo puoi permettere!! Perchè eccola lì, quella piccola scheggia impazzita.
Ti fissa negli occhi e poi ti uccide.
E non è karma e non è merito e non è nulla, è solo persecuzione.
Fare del bene non porta niente.
Essere buoni non conta nulla.
Sei da solo.
Ho 21 anni, non sono vecchio, sono "giovane" ma a volte non mi sento tale, guardo al futuro a volte come a una disgrazia a volte come una valle piena di smeraldi su cui gettarsi, a volte ho paura della morte, a volte vorrei solo sentirmi ricompensato, a volte credo che non gliene importi un fico secco a nessuno di me, a volte pretendo che gliene debba importare un po' a tutti, a volte mi illudo e credo che le persone siano buone e felici e cordiali e gentili e che sappiano amare, a volte torno coi piedi per terra e realizzo che sono, che siamo, tutti degli ingrati, bastardi, crudeli, sadici, egoisti, trasgressivi, stronzi, maledetti.
Che qualsiasi cosa tu ti sforza di fare, otterrai una pedata nel culo. Un bel calcio caricato, di quelli con gli anfibi rinforzati al titanio, mirati, decisi, violenti.
Anni fa bazzicavo le Colonne di San Lorenzo, credevo di essere stronzo e maledetto in mezzo a tutti gli altri trasgressivi stronzi e maledetti. Insomma, vidi una ragazza, attorno ai due metri (ma ho come l'impressione che le zeppe alterassero e non di poco la sua altezza), cresta verde, guardare in faccia un suo amico trasgressivo stronzo e maledetto, sbronzo, gettato per terra con una schifosa brutta bottiglia di vino della Standa in mano, guardarlo bene, dritto negli occhi, e poi tirargli un calcio nelle palle.
Coreografico, esplosivo, meravigliosamente violento, dannatamente d'impatto.
Roba da pubblicità, tipo che gli uscivano i bulbi oculari e che potevi sentire il dolore fino a Corso Buenos Aires.
Ecco, in quell'istante ebbi lo straordinario privilegio di poter assistere ad una sorta di meravigliosa manifestazione della vita.
Immagina, tu sei lì, sbracato, asfaltato, ubriaco alle 4 del pomeriggio, e insomma pensi di essere davvero trasgressivo, stronzo e maledetto, e credi che niente possa più toccarti, che quello sputo di comunità alla quale fai da "capo" ti sopporti e ti serva e riverisca, e quindi te lo puoi permettere, no?
Col cazzo che te lo puoi permettere!! Perchè eccola lì, quella piccola scheggia impazzita.
Ti fissa negli occhi e poi ti uccide.
E non è karma e non è merito e non è nulla, è solo persecuzione.
Fare del bene non porta niente.
Essere buoni non conta nulla.
Sei da solo.
Ho 21 anni, non sono vecchio, sono "giovane" ma a volte non mi sento tale, guardo al futuro a volte come a una disgrazia a volte come una valle piena di smeraldi su cui gettarsi, a volte ho paura della morte, a volte vorrei solo sentirmi ricompensato, a volte credo che non gliene importi un fico secco a nessuno di me, a volte pretendo che gliene debba importare un po' a tutti, a volte mi illudo e credo che le persone siano buone e felici e cordiali e gentili e che sappiano amare, a volte torno coi piedi per terra e realizzo che sono, che siamo, tutti degli ingrati, bastardi, crudeli, sadici, egoisti, trasgressivi, stronzi, maledetti.
venerdì 4 aprile 2014
Viola.
Sangue amico sulle mani e ricordi ancora, quando ridevamo insieme?
Ma ora sei steso sul tuo letto, chissà chi sei ormai, e chi eri steso sull'asfalto, nel tuo sangue, quello che io, Romeo, porto sulle nocche, ancora e ancora, e quante altre volte ancora dovrò versarne, mio, tuo, sporco velenoso sangue, per impedirti di farci del male?
I lampioni illuminano quel che rimane tra casa mia e la vergogna, la loro luce arancione si insinua tra le fronde degli alberi e le pieghe del mio viso, tra i graffi e le ferite dei nostri corpi, fratello, Caino.
Sono stanco e voglio disinfettarmi, da te.
I tagli che porto sul petto, una latrina di bile e rabbia e vuoto.
Sono solo.
Sono giorni che sono solo, senza di me, e forse non mi rimane altro da fumarmi quel poco che mi resta di sano in corpo.
Sono solo e malato. Senza di lei.
Non importa quanto mi sforzi, rimango un povero coglione. Sono davvero un povero coglione, ma ti amo, e mi sono ammalato.
Un povero stronzo mi guarda barcollare come fossi un fantasma, fluttuare, come fossi un assassino.
Ma cosa sono in fondo, Padre?
Non sono io un maledetto omicida, un violento, senz'anima nè intelletto nè cuore?
L'involucro vuoto che piace tanto a tutti quegli idioti?
Abele ha ucciso Caino, Romeo vive spettrale nella torre di Giulietta, ma lei non è più lì, io, maledetto io, Io, Io che possa essere dannato, io Jack, io Romeo, io Abele, Io.
Padre, cura le mie ferite e illumina questa cazzo di strada e brucia i miei polmoni ed ogni male
e portami tra le sue braccia e fammi morire così, dolcemente, Nessun Dolore, nessuna sofferenza, che i miei diecimila io chiedono pietà.
Accoglimi tra nuvole azzurre e fammi sorridere perchè Cristo, Padre, Salvatore, diecimila io piangono in coro ed Io, Loro, non ne possiamo più.
Ma ora sei steso sul tuo letto, chissà chi sei ormai, e chi eri steso sull'asfalto, nel tuo sangue, quello che io, Romeo, porto sulle nocche, ancora e ancora, e quante altre volte ancora dovrò versarne, mio, tuo, sporco velenoso sangue, per impedirti di farci del male?
I lampioni illuminano quel che rimane tra casa mia e la vergogna, la loro luce arancione si insinua tra le fronde degli alberi e le pieghe del mio viso, tra i graffi e le ferite dei nostri corpi, fratello, Caino.
Sono stanco e voglio disinfettarmi, da te.
I tagli che porto sul petto, una latrina di bile e rabbia e vuoto.
Sono solo.
Sono giorni che sono solo, senza di me, e forse non mi rimane altro da fumarmi quel poco che mi resta di sano in corpo.
Sono solo e malato. Senza di lei.
Non importa quanto mi sforzi, rimango un povero coglione. Sono davvero un povero coglione, ma ti amo, e mi sono ammalato.
Un povero stronzo mi guarda barcollare come fossi un fantasma, fluttuare, come fossi un assassino.
Ma cosa sono in fondo, Padre?
Non sono io un maledetto omicida, un violento, senz'anima nè intelletto nè cuore?
L'involucro vuoto che piace tanto a tutti quegli idioti?
Abele ha ucciso Caino, Romeo vive spettrale nella torre di Giulietta, ma lei non è più lì, io, maledetto io, Io, Io che possa essere dannato, io Jack, io Romeo, io Abele, Io.
Padre, cura le mie ferite e illumina questa cazzo di strada e brucia i miei polmoni ed ogni male
e portami tra le sue braccia e fammi morire così, dolcemente, Nessun Dolore, nessuna sofferenza, che i miei diecimila io chiedono pietà.
Accoglimi tra nuvole azzurre e fammi sorridere perchè Cristo, Padre, Salvatore, diecimila io piangono in coro ed Io, Loro, non ne possiamo più.
lunedì 23 dicembre 2013
Ερατώ
Qual è il sottile equilibrio tra una storia da raccontare e pura vanità?
Rimango sdraiato scomposto sul letto, la testa oltre il bordo chinata verso il basso.
Voglio altro sangue al cervello.
Tatuami ancora, Erato, pitturami il petto di rosso e di tenebra e bagnami di luce.
Vorrei imparare a suonare per lei, ma non riesco.
Eppure sono così euforico.
Esistono dei limiti e chi ha il coraggio di valicarli lo faccia.
Guardami negli occhi, Erato, strappami il petto di rosso e di tenebra e straziami di luce.
Tutto un grande divenire, enigmi sopra enigmi
Ma chi siamo noi per giudicare o dare le risposte.
Vorrei portarti a vedere i pianeti spegnersi e non provar timore.
Baciami in fronte, Erato, accarezzami il petto di rosso e di tenebra e rendimi luce.
Rimango sdraiato scomposto sul letto, la testa oltre il bordo chinata verso il basso.
Voglio altro sangue al cervello.
Tatuami ancora, Erato, pitturami il petto di rosso e di tenebra e bagnami di luce.
Vorrei imparare a suonare per lei, ma non riesco.
Eppure sono così euforico.
Esistono dei limiti e chi ha il coraggio di valicarli lo faccia.
Guardami negli occhi, Erato, strappami il petto di rosso e di tenebra e straziami di luce.
Tutto un grande divenire, enigmi sopra enigmi
Ma chi siamo noi per giudicare o dare le risposte.
Vorrei portarti a vedere i pianeti spegnersi e non provar timore.
Baciami in fronte, Erato, accarezzami il petto di rosso e di tenebra e rendimi luce.
domenica 6 ottobre 2013
Clichè II - Siamo Incubi
Picchietto il tappo della penna contro l'orrendo tavolino dotatomi dalle ferrovie, lo picchietto perchè fa male, fa fottutamente male questo sangue in bocca.
Un tizio baffuto seduto vicino a me mi guarda spaventato, saranno le occhiaie, i capelli lunghi e quel cerotto tra il naso e lo zigomo sinistro.
"Giuro amico, non scherzo, in farmacia erano rimasti solo quelli dei Looney Tunes", gli faccio io, sfoggiando la solita simpatia che mi contraddistingue.
Vero che sono simpatico? Dai.
Fatto sta che vi starei simpatico a prescindere, a chi non piace Daffy Duck?
L'Aura mi ha lasciato ed io, stupido Io, Mestesso, StronzoIo, sono solo stato capace di bermi tre birre, afferrare un tizio, prenderlo a calci in culo, prenderne altrettanti, farmi una Pall Mall e salire sul primo treno in Centrale.
Tra le varie destinazioni, alla fine ho deciso di non decidere e prendere uno dei tanti in partenza.
Mi trovo palesemente in una prima classe, lo capisco dal look pettinato dei tizi sulla quarantina e da come mi guardano.
Che c'è, vi spaventa un ragazzo col chiodo?
Vorrei tanto piantarvene in testa io, di chiodi (và che simpatia, pure i giochi di parole).
Chiodi.
Chiodi come quelli piantati a Cristo sulla croce, chiodi come quelli che saldano un pezzo all'altro della cassettiera.
Mi piaccioni i chiodi, sembrano tenere in piedi il mondo, incollare il concetto al corpo, i chiodi sono i guardiani dell'ordine.
"Signore, esponga il biglietto prego."
La Controllora è un cesso sulla cinquantina, taglio menopausa, occhiali tondi stretti, tinta bionda più finta di un sondaggio del Centro-Destra.
"Vede........
.............vede signora, le dico la verità." (Ohohoh, ci siamo, eccomi, la verità, evviva, tutti pronti a spararne una grossa!)
"La mia ragazza sta per partorir-"
"Mi dia immediatamente i documenti. Sono sessanta euro di multa più ventinove per il prezzo del biglietto."
QUANTO??
"Mi ascolti, signora! Sto parlando a una madre, o almeno a un essere umano?"
Scoppio a piangere. Sei anni di teatro spesi bene.
"Come farò, come farò a stringere la mano della madre di mio figlio nel momento più importante della nostra vita?"
Avrei voluto davvero avere dei figli con L'Aura.
Comprare una casa, con camino.
Avere un lavoro normale, un SUV, un giardino con un canestro per giocare coi bambini.
Ma L'Aura mi ha lasciato e, insomma, ora abbiamo un figlio immaginario nella testa della Controllora.
"........Non lo faccia più. E congratulazioni.", dice sbuffando.
Sorrido.
Fottiti vecchia troia.
Che ne sarà ora del piccolo?
Che ne sarà di suo padre, dove andrà, quante volte perderà L'Anima?
Siamo così, specchi delle nostre delusioni.
Siamo incubi.
Un tizio baffuto seduto vicino a me mi guarda spaventato, saranno le occhiaie, i capelli lunghi e quel cerotto tra il naso e lo zigomo sinistro.
"Giuro amico, non scherzo, in farmacia erano rimasti solo quelli dei Looney Tunes", gli faccio io, sfoggiando la solita simpatia che mi contraddistingue.
Vero che sono simpatico? Dai.
Fatto sta che vi starei simpatico a prescindere, a chi non piace Daffy Duck?
L'Aura mi ha lasciato ed io, stupido Io, Mestesso, StronzoIo, sono solo stato capace di bermi tre birre, afferrare un tizio, prenderlo a calci in culo, prenderne altrettanti, farmi una Pall Mall e salire sul primo treno in Centrale.
Tra le varie destinazioni, alla fine ho deciso di non decidere e prendere uno dei tanti in partenza.
Mi trovo palesemente in una prima classe, lo capisco dal look pettinato dei tizi sulla quarantina e da come mi guardano.
Che c'è, vi spaventa un ragazzo col chiodo?
Vorrei tanto piantarvene in testa io, di chiodi (và che simpatia, pure i giochi di parole).
Chiodi.
Chiodi come quelli piantati a Cristo sulla croce, chiodi come quelli che saldano un pezzo all'altro della cassettiera.
Mi piaccioni i chiodi, sembrano tenere in piedi il mondo, incollare il concetto al corpo, i chiodi sono i guardiani dell'ordine.
"Signore, esponga il biglietto prego."
La Controllora è un cesso sulla cinquantina, taglio menopausa, occhiali tondi stretti, tinta bionda più finta di un sondaggio del Centro-Destra.
"Vede........
.............vede signora, le dico la verità." (Ohohoh, ci siamo, eccomi, la verità, evviva, tutti pronti a spararne una grossa!)
"La mia ragazza sta per partorir-"
"Mi dia immediatamente i documenti. Sono sessanta euro di multa più ventinove per il prezzo del biglietto."
QUANTO??
"Mi ascolti, signora! Sto parlando a una madre, o almeno a un essere umano?"
Scoppio a piangere. Sei anni di teatro spesi bene.
"Come farò, come farò a stringere la mano della madre di mio figlio nel momento più importante della nostra vita?"
Avrei voluto davvero avere dei figli con L'Aura.
Comprare una casa, con camino.
Avere un lavoro normale, un SUV, un giardino con un canestro per giocare coi bambini.
Ma L'Aura mi ha lasciato e, insomma, ora abbiamo un figlio immaginario nella testa della Controllora.
"........Non lo faccia più. E congratulazioni.", dice sbuffando.
Sorrido.
Fottiti vecchia troia.
Che ne sarà ora del piccolo?
Che ne sarà di suo padre, dove andrà, quante volte perderà L'Anima?
Siamo così, specchi delle nostre delusioni.
Siamo incubi.
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